L’arabeggiante trilogia di Daevabad: un fantasy di tutto rispetto

Tutto è cominciato l’agosto passato, quando ho preso il covid: doveva succedere, prima o poi, e dato che il topos della mia vita è proprio quello di prendermi le peggiori influenze d’estate, dovevo aspettarmelo. Ho quindi trascorso le ultime due settimane di vacanza segregata in casa, a sudarmi tutto il sudabile tra febbre e caldo asfissiante e a leggermi uno dei libri che la settimana prima, per pura casualità, avevo deciso di comprare in libreria. Saranno state le splendide pagine colorate, sarà stata la voglia di trovare un fantasy che mi tenesse incollata come da tanto non mi succedeva, ecco che senza aver letto nessuna recensione e affidandomi totalmente all’istinto – che bellezza, quando succede – ho comprato il primo volume della trilogia Daevabad, La città di Ottone. Tutto è cominciato così, un po’ a caso: non avevo mai sentito nominare l’autrice e, conoscendomi, con molta probabilità se non mi fossi ammalata avrei lasciato il libro a marcire in fondo alla pila dei TBR. S. A. Chakraborty, invece, è stata una bella sorpresa: uno stile di scrittura ricco di particolari, tutt’altro che banale, capace nell’ardua impresa di mantenere due – se non tre, a partire dal secondo volume – linee narrative diverse tra di loro. E poi… i finali. Una maga! Una maga! Ma parliamo un po’ della trama: di cosa ci racconta la trentaseienne autrice americana in questi tre coloratissimi libri?

In Città di Ottone (The City of Brass) viene raccontata la storia di Nahri, una ragazza egiziana orfana e molto povera, tanto che si mantiene rubando e ingannando. Un giorno, nel bel mezzo di uno dei rituali spiritici che le consentono di racimolare qualche soldo, Nahri scopre di aver compiuto una magia. Da qui si dirama la sua storia alla scoperta di un mondo magico popolato dai jinn (entità soprannaturali molti cari alla cultura araba – pensate che sono presenti anche nel Corano) e ricco, ricchissimo di intrighi e giochi di potere. Il tutto accompagnata da Dara, un potente jinn con una storia particolare alle spalle, e il principe Ali, la cui strada sarà presto costretta e incrociare.

Nel libro successivo, Il regno di rame (The Kingdom of Copper), si apre dopo un finale che lascia col fiato sospeso: impossibile non voler sapere come stanno le cose. Nahri è arrivata a Deavabad, l’antica e splendida città dei jinn, e deve trovare il suo posto, oltre che fare i conti con un passato che momento dopo momento comincia a delinearsi. Ali, invece, il secondo personaggio principale di questa storia, è stato esiliato, e si trova a lottare con gli intrighi della sua stessa famiglia per capire da che parte vuole stare. E Dara? Ecco, Darayavahoush è tutto una scoperta.

Il terzo e ultimo libro, L’impero di oro (The Empire of Gold), non era ancora stato tradotto quando ho finito il secondo. Aspettare è stato doloroso – chiunque abbia vissuto qualcosa di simile potrà capirmi bene – ma ho avuto la fortuna di doverlo fare solo per pochi mesi, fino a dicembre 2021. Diciamo che è stato proprio un bel Natale (e a tutti i poveretti che si trovavano nella mia stessa situazione: vi ho nel cuore). E’ in questo volume che si capisce quanto i tre protagonisti siano cresciuti, e la quantità di cose che succedono permette di non avere neanche un secondo di noia. Insomma, se il primo mi aveva completamente rapita e il secondo aveva fatto avanzare un bel po’ la narrazione, c’erano tutti i presupposti per un finale col botto. E, lasciatemelo dire, l’autrice nei finali riesce a dare il meglio di sé.

Non voglio sfociare in nessuno spoiler, quindi per quanto riguarda la trama concludo qui. Ma ci sono cinque elementi che rendono questa saga una chicca da non lasciarsi scappare:

  • Le descrizioni del paesaggio, veramente dettagliate e ricche, catapultano proprio in un mondo arabeggiante e colorato fatto di mosaici, simmetrie, affreschi, simboli, animali fantastici e forme ricercate. E’ una peculiarità presente fin dai primi libri e l’autrice, non smentendo la sua bravura nel farlo, alza con ogni libro l’asticella del dettaglio senza mai diventare prolissa;
  • Il fatto non ovvio che non si trasformi mai, mai, mai in un romance, nonostante nel primo libro ce ne siano tutti i presupposti, è una lancia a suo favore. Non sono una lettrice a cui il romance fa schifo – anzi, se avete letto le mie recensioni su Una corte di rose e spine lo sapete bene – ma in questa saga avrebbe stonato. L’ho apprezzato molto e non ne ho sentito la mancanza, anzi: credo che abbia impostato il tono per una crescita dei personaggi notevole e continua, cosa che una relazione d’amore avrebbe forse limitato.
  • La scrittura, cosa nient’affatto scontata. Trovare un fantasy scritto bene, e per scritto bene intendo senza ripetizioni, con belle costruzioni delle frasi, e anche tradotto bene (santissima Lia Desotgiu) non è così facile come si pensi. E quindi premiamoli, quelli scritti e tradotti bene, che sono belli e appassionanti tanto quanto le opere di narrativa con cui spesso soffrono il paragone, come se il fantasy fosse un genere di serie B.
  • L’originalità della trama. Chakraborty ha preso un elemento parzialmente magico della cultura araba e ne ha tessuto attorno un universo immaginario totalmente credibile. E’ riuscita a mantenerlo in connessione con il mondo umano per tutta la durata dell’arco narrativo e non ha perso mai di vista la concretezza che, lo sa bene, mantiene in vita il tutto. E poi ha lasciato molti nomi arabi nella loro forma originaria, sia per quanto riguarda il riferirsi ai membri della famiglia, sia per le pietanze o le speciali armi che i jinn sfoderano quando sono arrabbiati. Con tanto di Glossario alla fine del libro, che ho tanto apprezzato.
  • Le splendide rilegature colorate e impreziosite in ogni dettaglio. Personalmente sono una grandissima sostenitrice dei bordi delle pagine non bianchi: trovo che rendano il libro ancora più bello. So che non sono per tutti di gradimento, ma c’è da dire che in quanto unicità non battono nessun altro tomo!

Insomma, amanti dei fantasy: io questa trilogia non me la lascerei sfuggire. E ho il presentimento che Chakraborty sia un nome che sentiremo ancora, o almeno lo spero! Tra l’altro sapevate che Netflix ha comprato i diritti per una serie televisiva ispirata proprio ai libri? Ancora si sa pochissimo (gira voce che potrebbe essere una live-action), ma non vedo l’ora di vedere chi sarà scelto per interpretare Dara. Posso dire che m’immaginavo un bellissimo Jared Leto quando leggevo le sue scene? Posso? Ecco, l’ho detto. Adesso non mi resta che sperare che la Complete Fiction, la casa di produzione che si occuperà di dar vita alla saga sullo schermo, sia all’ascolto e che abbia qualche spia in Italia.

Vi aspetto nei commenti! Se lo avete letto, se vi è piaciuto, se pensate di regalarlo a un amico, una sorella, una mamma amante del fantastico, scrivetemi e ne parliamo.

Un abbraccio,

giù

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Una replica a “L’arabeggiante trilogia di Daevabad: un fantasy di tutto rispetto”

  1. […] sia stato fatto tradurre da un’altra (Lia Desotgiu, che tra l’altro ha tradotto anche la trilogia Daevabad), è la stessa del primo. Non azzardo commenti a tal proposito (in fondo, io, di traduzione non […]

    "Mi piace"

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